La celebrazione si è svolta questa mattina nella Parrocchia “Santa Maria della Misericordia” in Salice.

I passi nella comunità e l’impegno nel sociale

Domenica scorsa, nell’intervista pubblicata sulle pagine dell’edizione calabrese di Avvenire, Vincenzo Foti aveva immaginato come avrebbe voluto sentirsi domenica 11 ottobre: «Il giorno dopo l’ordinazione vorrei essere ancora Vincenzo». Da oggi è diacono della Chiesa di Reggio Calabria-Bova, lo ha ordinato l’arcivescovo Fortunato Morrone nella parrocchia Santa Maria della Misericordia di Salice, la comunità che lo ha accolto quando era ancora adolescente. All’inizio della celebrazione l’amministratore parrocchiale, don Lorenzo Tortorella, ha ripercorso la sua storia: anche se non è originario del territorio e in questi giorni lui stesso si è definito un «innesto», in parrocchia è stato animatore e poi educatore dell’Azione cattolica, l’ambiente in cui, come ha raccontato Vincenzo, ha imparato da Silvana, la sua educatrice, che il servizio può esprimersi anche nel silenzio. Don Lorenzo ha ricordato poi l’impegno con l’associazione «Nuova Solidarietà» e il servizio presso le Suore francescane alcantarine di Archi, che gli ha permesso di «toccare con mano la carne ferita di Cristo nei poveri». La sintesi di don Tortorella è questa: «Oggi, per Vincenzo, lo stile del servizio che da tanto tempo lo accompagna diventa stato di vita». Poi il grazie dell’amministratore parrocchiale è andato ai suoi predecessori don Simone e don Maurizio, che lo hanno seguito prima e dopo l’ingresso in seminario, e ai formatori del seminario di Reggio e dell’Almo Collegio Capranica, guidato da don Filippo Nicolò.

Il monito di Morrone contro la mentalità clericale

L’omelia dell’arcivescovo è partita proprio dai genitori di Vincenzo: «Se tu sei lì è perché ci sono i tuoi genitori», ha detto Morrone, che poco dopo ha posto all’assemblea una domanda: i genitori di Vincenzo hanno una vocazione? Quando a un seminarista si dice «Tu hai la vocazione!», ha osservato l’arcivescovo, la chiamata viene ristretta a pochi: «Questo è un appiattimento. Si chiama clericalismo». La vocazione riguarda ogni battezzato, poiché «la vocazione è la chiamata alla vita cristiana, a seguire Gesù, tutti, ognuno secondo la sua parte». Morrone si è soffermato sulla gratuità dell’amore di Dio e ha usato ancora l’esempio della famiglia di Vincenzo: «Cari genitori, per quale merito amate questo vostro figlio?», ha domandato; «Siamo amati a prescindere» e chi ha ricevuto questo amore, ha detto poi al nuovo diacono, non può tenerlo per sé.

Il diaconato come cuore dell’ordine sacro

Uno dei passaggi più importanti ha riguardato il cosiddetto diaconato “transeunte” che precede il presbiterato…un aggettivo che, secondo l’arcivescovo, non è appropriato, dato che «il diaconato è il cuore dell’ordine sacro. Il cuore della Chiesa, cioè siamo ordinati ad amare», perché il modello resta Gesù, che nell’ultima cena «li amò sino alla fine». Prima di concludere, Morrone ha rivolto al nuovo diacono una richiesta personale: «Ricorda a me, caro Vincenzo, che il primo diacono nella Chiesa è il vescovo. E quando io non sono diacono, nel senso che non vi sto servendo, me lo dovete ricordare».

L’ispirazione mariana e il desiderio di accogliere

Nell’intervista Vincenzo aveva spiegato che cosa porta con sé da Salice: quella comunità lo ha accolto come un figlio, e lui desidera fare lo stesso con gli altri. Dalla Chiesa diocesana porta invece il legame con la Madonna della Consolazione, che gli insegna a farsi vicino a chi soffre. Le due cose, per lui, stanno insieme in una sola frase: «essere casa che sa consolare tutti». Con questo desiderio comincia il suo ministero ordinato.

Davide Imeneo