A duecento anni dalla morte dell’arcivescovo Alessandro Tommasini, la Chiesa reggina ne ricorda la figura di pastore, educatore e protagonista della rinascita civile e religiosa del territorio. Una mostra documentaria, un incontro di approfondimento e la Messa in suffragio rendono omaggio a uno dei protagonisti della storia dell’Arcidiocesi di Reggio Calabria.
Un pastore rimasto vivo nella memoria della Chiesa reggina
Erano le 19 di lunedì 18 settembre dell’anno 1826, quando l’arcivescovo Alessandro Tommasini, come scrisse nel suo Elogio Funebre il magistrato Gerolamo Arcovito, «…quasi in dolce dormire rimanendo, passò da questa vita mortale all’Eterna…». Duecento anni sono passati da quel giorno; nell’Arcidiocesi reggina si sono succeduti quindici arcivescovi e la memoria che i suoi contemporanei ci hanno affidato resta quella di un «pastore immortale nei nostri cuori, nelle opere sue e nell’esempio di ogni virtù sociale, cristiana, ecclesiastica». Da questa memoria lontana emerge anche il suo essere presente come pastore di anime, dove le malattie colpivano le giovani vite perché «bastava che egli avesse saputo che un fanciullo era gravemente infermo, eccolo indistintamente per tutto à palagi, a case, a tuguri, onde alcuno non trapassasse senza la grazia della Confermazione». Circa trent’anni dopo il suo ricordo era ancora vivo e lo storico monsignor Antonio Maria De Lorenzo scrisse dell’arcivescovo Tommasini, ricordando che fu visto a tutte le ore «come semplice prete nel duomo, ora ascoltando le confessioni, ora pregando innanzi al Santissimo».
Dalla formazione in Seminario all’episcopato
Tutto cominciò quando, nel novembre 1769, un ragazzo di 13 anni, appartenente a un’agiata famiglia di Diminniti, fu ammesso nel Seminario reggino, per poi conseguire gli ordini sacri minori ed essere ammesso al diaconato nel 1772. Chiamato dal vescovo Diego Genoese a insegnare per un anno, nel 1777, nella diocesi di Squillace, rientrato a Reggio fu ordinato sacerdote dall’arcivescovo Capobianco, che lo volle suo segretario. Nominato parroco nella parrocchia di San Gregorio Magno nel 1782, l’anno successivo si dimostrò prodigo nell’organizzare i soccorsi dopo il sisma del 1783 e successivamente fu nominato canonico e prevosto della nuova parrocchia della Cattedrale nel 1787. Tre anni dopo seguì l’arcivescovo Capobianco, nominato cappellano del Re a Napoli. Il conseguimento della laurea in Sacra Teologia non lo dissuase dal seguire da lontano la ricostruzione della Cattedrale reggina, per la quale curò gli aspetti tecnici e artistici. Nominato da papa Pio VI vescovo di Oppido Mamertina, si impegnò, dal maggio 1792, a risolvere le problematiche tecniche e sociali conseguenti alla ricostruzione in un sito più sicuro. Tre anni dopo, sulla collina che domina il pianoro, nel luogo più salubre, avviò la costruzione di una residenza estiva per il clero e per il Seminario, fondando il villaggio di Piminoro, dove introdusse il culto della Madonna Divina Pastora. Continuò a seguire la ricostruzione della Cattedrale reggina, che inaugurò il 10 settembre 1796. Dieci anni dopo, nel corso dell’occupazione francese, venne rapito dagli anglo-borbonici e portato a Messina, dove restò in esilio per nove anni, sino al 1815, anno in cui poté rientrare a Oppido Mamertina. Nell’aprile del 1817 papa Pio VII lo nominò arcivescovo di Reggio e i circa nove anni di episcopato furono intensi nell’impegno profuso per completare la sua Cattedrale, per istituire le prime scuole pubbliche, per fondare la prima biblioteca pubblica della città e per organizzare l’unico Sinodo diocesano tenuto nel XIX secolo.
Il bicentenario ricordato con una mostra, un convegno e la Messa
Duecento anni sono passati e il suo ricordo non si è fermato all’intitolazione, il 9 febbraio 2026, della pubblica piazza di Diminniti nel sito dove era nato, alla presenza dell’arcivescovo Fortunato Morrone e delle autorità pubbliche, e poi alla successiva conferenza organizzata dalla Deputazione di Storia Patria e dall’Anassilaos nel mese di aprile.
Il 18 settembre, nel giorno anniversario della sua dipartita, tre momenti hanno suggellato la commemorazione di quel pastore diocesano: un breve incontro nella saletta dedicata all’arcivescovo Giovanni Ferro, coordinato da monsignor Pietro Sergi, vicario episcopale per la cultura, con gli interventi degli storici padre Pasquale Triulcio, direttore dell’Archivio diocesano, e del prof. Renato Laganà; l’inaugurazione della mostra documentaria nella Galleria dell’Auditorium San Paolo; la celebrazione della Messa in suffragio nella Basilica Cattedrale, celebrata da monsignor Pietro Sergi e da don Matteo De Pietro, parroco di Diminniti.
La mostra resterà aperta nella Galleria dell’Auditorium, con accesso dalla Cattedrale, sino al 30 settembre 2026.
Renato Laganà




