Studiare come forma di speranza, pensare la fede a partire dalle domande concrete del territorio: è questa la prospettiva indicata da don Michele Munno, direttore dell’Istituto Teologico Calabro “San Francesco di Paola”, realtà voluta dai vescovi calabresi per promuovere una formazione condivisa al servizio delle Chiese della regione. Dalla bioetica all’intelligenza artificiale, dalla legalità allo spopolamento delle aree interne, la teologia è chiamata a dialogare con la vita e con le fragilità della Calabria, offrendo criteri di discernimento e occasioni di crescita culturale, ecclesiale e sociale.

Professore Munno, lei guida l’Istituto Teologico Calabro “San Francesco di Paola”. Qual è oggi la missione di questa realtà nel panorama ecclesiale, culturale e accademico della regione?

Il nuovo ITC nasce da una scelta fortemente voluta dai Vescovi calabresi, anche in risposta alle sollecitazioni di Papa Francesco per una formazione capace di maturare una visione comune del territorio. Non si è trattato semplicemente di unificare strutture precedenti, ma di costruire una comunità di studio e di ricerca a servizio delle Chiese di Calabria. L’offerta comprende il ciclo per il Baccalaureato, le Licenze in Teologia dell’Evangelizzazione e in Teologia Morale Sociale, negli indirizzi epistemologico e bioetico, oltre ad altre possibilità formative. La sfida ora è quella di trasformare l’unità istituzionale in capacità di “fare teologia insieme”: ascoltare, comprendere ed elaborare le domande delle Chiese e del territorio per restituire un contributo culturalmente e teologicamente qualificato.

La teologia viene talvolta percepita come una disciplina distante dalla vita di ogni giorno. Perché, invece, può essere importante per leggere le grandi domande del nostro tempo, per esempio pace, giustizia, povertà, bioetica, intelligenza artificiale, ambiente, legalità?

La teologia diventa “distante” quando si chiude e ripiega in se stessa. Il suo compito è invece approfondire il patrimonio della fede confrontandolo con le domande poste dalla vita concreta, dalla storia. Guerra, povertà, bioetica, ambiente, migrazioni, legalità, lavoro e intelligenza artificiale pongono interrogativi sulla dignità della persona, sulla libertà, sulla responsabilità e sul bene comune. La teologia non sostituisce gli altri saperi, ma dialoga con essi e può offrire criteri di discernimento, evitando sia risposte semplicistiche che un’accoglienza acritica delle novità.

C’è una domanda di formazione teologica e culturale che arriva dal territorio calabrese? Quali bisogni emergono maggiormente?

Sì, c’è certamente una domanda, ma prima di offrire risposte occorre saperla seriamente ascoltare. Le nostre Chiese vivono trasformazioni profonde: diminuzione del clero, nuove ministerialità, formazione dei laici, trasmissione della fede ai giovani, migrazioni, povertà, criminalità organizzata, ambiente e cultura digitale. Penso anche alle aree interne, segnate da spopolamento, mobilità giovanile e povertà dei servizi. Sono fenomeni che interrogano la stessa vita delle comunità cristiane. L’ITC desidera partire proprio da queste domande, discernere quelle che richiedono un approfondimento teologico e costruire percorsi formativi mirati, evitando di moltiplicare iniziative senza una seria progettualità.

Secondo lei quale contributo specifico può dare la cultura teologica alla vita pubblica calabrese?

La cultura teologica può certamente contribuire a generare un pensiero critico, capace di contrastare semplificazione e rassegnazione. La Calabria può diventare essa stessa luogo della ricerca teologica: non per costruire una teologia regionalistica, ma perché questioni come spopolamento, emigrazione giovanile, disuguaglianze, legalità e trasformazione dei legami comunitari hanno una portata che supera i nostri confini. Un altro contributo è creare relazioni: mettere in rete Chiese particolari, ISSR, università e altre realtà culturali. In una terra spesso segnata dalla frammentazione, costruire collaborazione e comunione tra diverse realtà è già un servizio al bene comune.

Nella nostra regione abbondano le fragilità sociali: lo studio può essere una forma di speranza?

Sì, nella misura in cui studiare non significa soltanto accumulare nozioni o conseguire un titolo. Lo studio dev’essere a servizio della comprensione della realtà, deve permettere di acquisire strumenti critici e deve portare ad assumersi una responsabilità. Questo vale soprattutto per i giovani e per una terra segnata dall’emigrazione e dal rischio della rassegnazione. Il nostro impegno è che l’ITC diventi un luogo in cui ricerca e formazione vengano restituite alle comunità come servizio. “Navigare in mare aperto” – secondo l’invito di Papa Leone XIV alla comunità accademica dell’ITC lo scorso 2 marzo – significa allora essere radicati nella tradizione, aperti alle domande nuove, rigorosi nella ricerca e disponibili a collaborare. In tal modo, la proposta formativa dell’ITC può seriamente diventare una forma concreta di speranza per la Calabria.

Davide Imeneo