Nell’ottavo centenario della morte, Francesco indica ai credenti la via della povertà scelta, della pace disarmata e dell’abbraccio agli scartati dalla società.

Negli ottocento anni dalla morte di san Francesco d’Assisi, Francesco rimane il santo della pace e del dialogo: la rotta che ha tracciato in questi otto secoli è un testamento per noi, che accogliamo il suo messaggio come profezia in un mondo che sta cambiando.

La povertà come libertà

Sentiamo forte il desiderio di testimoniare ciò che ci ha lasciato: la povertà come libertà, in un mondo che si misura con un like, governato dalla forza del più forte a discapito degli ultimi, dei sofferenti, degli emarginati, degli «invisibili». «Meno ho, più sono libero» diventa una grande testimonianza di condivisione: una libertà che non si compra e non si accumula, ma si dona.

In un tempo in cui le bombe di guerre ingiuste colpiscono popoli e fratelli che soffrono, dimenticati in un rumore assordante, e le loro lacrime sono raccolte in un catino dove Dio le custodisce per la misericordia del mondo, Francesco indica una «pace disarmata»: visita il sultano disarmato, in un incontro senza scontro.

Una pace disarmata

Oggi ne raccoglie l’eco la voce di un profeta del nostro tempo, papa Leone XIV: «La guerra non è mai giustificabile». Il mondo sia sempre segno di speranza.

Girando lo sguardo sulla nostra umanità ferita e smarrita, ci sentiamo «pieni ma vuoti» di valori e di certezze. Lui si spoglia di tutto, vende tutto per darlo ai poveri; noi viviamo in un mondo che accumula e che «graffia», talvolta con cattiveria.

Oggi abbiamo proprio bisogno che san Francesco entri nel nostro modo di essere fratelli e sorelle, guardando a lui con fiducia e speranza. Contro la guerra e l’odio di questo tempo, il nemico va disarmato con lo sguardo e con la relazione, riconoscendoci fratelli: «né lingua, né popolo, né nazione».

Un mondo senza muri

Ecco il mondo che Francesco amava: un mondo senza muri, dove ogni volto è un dono e non una minaccia. Il lebbroso è il cuore di tutto: ciò che era amaro si è tramutato in dolcezza e gli scartati di quel tempo sono diventati fratelli. È un esempio per noi, che talvolta non riusciamo ad abbracciare nessuno.

Quante lebbre in questo tempo: «la droga, i social, l’alcol, le varie dipendenze». Ci siamo disumanizzati, ma alziamo il vessillo di credenti quando il più lontano, il più solo, diventa luce e speranza.

Ai tempi di Francesco la lebbra era invisibile, oggi abita fuori dalla nostra porta, nelle nostre comunità: «Non sono venuto per i giusti, ma…» (Luca 5,32). Per Cristo, per Francesco, ogni uomo deve essere salvato, e il silenzio di questo mondo ci rende inermi davanti alle tante sfide.

Abbracciare le ferite dell’umanità

Il santo della pace, dell’amore, della fraternità universale ci insegna a restituire tutto a Dio. Oggi Francesco inviterebbe ciascuno di noi ad abbracciare tutte quelle lebbre che ci impediscono di vedere Dio, il fratello, il mondo.

Bisogna collocarsi, come diceva santa Chiara d’Assisi, «allo specchio dell’eternità»: Dio, il mondo, i fratelli. Finché non riusciremo ad abbracciare questa umanità ferita, saremo sempre debitori verso Dio. È un debito d’amore che non si estingue mai: si può solo restituire, un abbraccio alla volta.

Una brezza sottile nel rumore del mondo

Collochiamoci sulla finestra di questo mondo, alzando gli occhi al cielo e pregando come Francesco: «Rapisca, ti prego, Signore, l’ardente dolce forza del tuo amore» (Fonti Francescane 277). È il rapimento che Francesco sperimenta, e senza il suo amore nulla è più come prima.

In questo mondo inquinato da rumori assordanti, l’esempio di Francesco è una brezza sottile: non grida e non impone, ma accompagna, e chi ha il cuore aperto la riconosce. Alla fine della sua vita Francesco dice ai suoi frati: «Io ho fatto la mia parte, la vostra ve la insegni Cristo». Tocca a noi, oggi, raccogliere quel testimone.

Giovanni Aitollo, frate minore