Suor Veronica Donatello, responsabile Cei per la pastorale delle persone con disabilità, spiega come superare pregiudizi e barriere
Con la ripresa delle attività catechistiche nelle parrocchie, torna centrale la domanda su come le comunità cristiane possano accompagnare ogni persona nel cammino di fede, senza lasciare indietro nessuno. Tra le sfide più urgenti c’è quella della catechesi con le persone con disabilità: un ambito che interpella il volto stesso della comunità ecclesiale. Ne abbiamo parlato con suor Veronica Donatello, religiosa francescana alcantarina e responsabile del Servizio nazionale per la pastorale delle persone con disabilità della Conferenza episcopale italiana.
Nelle nostre parrocchie ripartono i percorsi di catechesi. Quali sono le barriere più frequenti che una famiglia con un figlio o una figlia con disabilità incontra quando si avvicina alla comunità?
Le prime barriere che le famiglie possono incontrare quando arrivano in parrocchia non sono necessariamente quelle fisiche o sensoriali. Spesso la barriera più grande è il pregiudizio della gente, lo sguardo, a volte anche la semplice tolleranza della loro presenza.
Penso, per esempio, a quando un bambino viene guardato soltanto a partire dal suo limite, oppure quando attraverso certi sguardi si fa capire che dà fastidio. C’è anche un altro rischio: pensare che, essendo una persona con disabilità, sia quasi un “angelo” e quindi non abbia bisogno di ricevere i sacramenti.
Il problema nasce quando non si riconosce quella persona come fratello, come figlio di Dio, come battezzato. È questo lo sguardo che dobbiamo convertire.
Che cosa direbbe a un catechista che pensa: «Non ho le competenze per accompagnare un bambino con disabilità»?
Direi anzitutto di lavorare in équipe. La presenza di una persona con disabilità non è un problema da risolvere, ma certamente rappresenta una sfida per la nostra catechesi, che spesso è ancora molto legata al testo scritto e a una certa rigidità di tipo scolastico, anche quando utilizza mezzi innovativi.
Il primo passo è la formazione. Oggi non si può fare catechesi senza un minimo di formazione sulle strategie, sulla pedagogia pastorale inclusiva, sul fare rete, sulla conoscenza di alcuni linguaggi e sull’uso di strumenti di supporto.
Ma bisogna ricordare sempre una cosa: l’iniziazione cristiana introduce alla vita cristiana. La finalità è iniziare il bambino e il gruppo dei suoi pari all’appartenenza, alla vita liturgica, alla domenica. È lì che la comunità impara a diventare davvero comunità.
Come si può accompagnare una persona con disabilità alla celebrazione dei sacramenti?
Ai sacramenti si possono accompagnare tutti. Occorre fare un lavoro di formazione e di adattamento dei testi, creando setting fruibili e accessibili.
Tutto quello che pensiamo di mettere in atto per un bambino con bisogni educativi speciali o con disabilità, in fondo, è un guadagno per tutti. Dobbiamo imparare a utilizzare il corpo, i sensi, i linguaggi vicarianti. La stessa Parola può essere letta, ascoltata, drammatizzata, disegnata, resa tattile.
Queste attenzioni non impoveriscono la catechesi, ma la rendono più ricca e più capace di parlare a tutti.
Che ruolo hanno le famiglie?
Come il magistero ci ricorda, le famiglie hanno il compito di educare i propri figli. Per questo, partendo già dalla pastorale battesimale, la parrocchia può cogliere l’opportunità di affiancare la famiglia che ha un figlio con disabilità, soprattutto all’inizio, quando spesso vive un grande trauma.
Bisogna però pensare a gruppi di famiglie per tutti, non a incontri sporadici “sulla disabilità”. In alcuni contesti questo già accade: nei corsi per fidanzati, per esempio, vengono chiamate anche coppie che vivono l’esperienza della disabilità per offrire una testimonianza.
È importante, perché significa dire che nella vita possono accadere tante cose che non avevamo messo in preventivo, ma non per questo la coppia viene meno. Anche le coppie e le famiglie che vivono la disabilità devono poter partecipare e fare un cammino di fede con le altre coppie della comunità cristiana.
Lei insiste spesso sul passaggio dall’inclusione alla partecipazione. Che differenza c’è tra “accogliere” una persona con disabilità e riconoscerla come soggetto attivo nella comunità cristiana?
Mi viene in mente una frase attribuita al canadese Michael J. Kendrick: «Se non sei seduto al tavolo, probabilmente sei nel menù». Che cosa significa? Spesso le persone con disabilità ci sono nelle nostre parrocchie. Non possiamo dire che non ci siano. Però non sempre partecipano davvero. Non sono sedute ai tavoli decisionali, come se non avessero doni, talenti, capacità da offrire.
È come se alcune parti della Bibbia non fossero per loro. Invece partecipare significa poter dire quello che penso, quello che desidero, e poter offrire il talento, il dono, l’unicità che ogni persona porta dentro e fuori la comunità.
La grande provocazione è questa: il Signore, quando incontra chi ha un limite, lo restituisce alla comunità e lo chiama a essere discepolo. Tutti, nessuno escluso.
Se dovesse consegnare tre indicazioni alle parrocchie che in queste settimane ripartono con il catechismo, quali sceglierebbe?
Anzitutto direi ai parroci e alle parrocchie di accogliere chiunque bussa alle nostre porte — un bambino, un adulto, un anziano, una famiglia — come una visita di Dio. Come Maria ed Elisabetta si sono lasciate provocare dalla novità, così anche noi siamo chiamati a lasciarci provocare da chi arriva.
La seconda indicazione è: non abbiate paura. Gli strumenti ci sono. Sul sito del Servizio nazionale per la pastorale delle persone con disabilità se ne trovano tanti, e altri se ne possono creare insieme.
La terza indicazione riguarda la sfida più profonda, che è ecclesiologica: dobbiamo pensarci come comunità. Credo che la sterilità di tanti nostri luoghi nasca proprio dal fatto che, quando una persona arriva, non percepisce di appartenere a una comunità in cui ha spazio.
La sfida è lasciarsi provocare dalla novità di Dio, invece di considerare chi disturba il nostro progetto come un problema da risolvere.
Davide Imeneo




