Ci sono parole che riusciamo a pronunciare soltanto quando ormai sembra troppo tardi. Un “grazie”, uno “scusa”, un semplice “mi manchi”….parole destinate a qualcuno che non c’è più, ma che continuiamo, in qualche modo, a cercare. Da questo bisogno profondamente umano nasce Le cabine del vento. Parlare a chi non c’è più, il libro di Riccardo Maccioni, giornalista, storica firma di Avvenire, autore di un articolo sul “rispetto” scelto come traccia per l’esame di stato del 2025. Il punto di partenza del libro è un’esperienza nata in Giappone: una cabina, un vecchio telefono non collegato ad alcuna linea e persone che sollevano la cornetta per affidare al vento ciò che avrebbero ancora voluto dire ai propri cari. Ma quello di Maccioni è un viaggio che va molto oltre queste singolari installazioni perché è un’indagine sul lutto e sulla memoria, sulle cose non dette, sul bisogno di mantenere un legame con chi abbiamo perduto. E, inevitabilmente, è anche un viaggio dentro le grandi domande sulla fede, sulla spiritualità, sulla morte e, forse soprattutto, sulla vita. Ne parliamo proprio con l’autore, Riccardo Maccioni.

Il tuo libro parla della morte, ma in realtà sembra parlare soprattutto dei vivi. È questa la chiave con cui vorresti fosse letto?

Il mio racconto parte dal presupposto che la morte fa parte della vita, anche se la nostra società ci invita a trascorrere i giorni che ci sono dati come se non dovessero finire mai. Il libro parla della morte o meglio dell’elaborazione del lutto ma è un inno alla vita.

Perché abbiamo così tanta difficoltà a chiamare la morte con il suo nome?

Credo che siamo tutti vittime di due miti fasulli: l’efficientismo e la dimostrabilità scientifica. Chi non produce e punta a far soldi va dimenticato e messo in disparte. E quello che non si può dimostrare o è falso o non esiste. La morte invece azzera tutto, i defunti smettono ogni attività e, perché si muoia e cosa succeda dopo ancora nessuno è stato in grado di spiegarlo con i soli strumenti della ragione. Meglio dunque non parlarne. Per tacere naturalmente della paura che circonda ogni mistero.

Perché secondo te funziona proprio un telefono?

Funziona perché ti spinge a guardarti dentro. Chi sale alla cabina sa perfettamente che alla sua chiamata non risponderà nessuno, però raggiungere quel luogo e immergersi nel silenzio che lo circonda aiuta a entrare nella profondità di sé stessi, a tirare fuori le cose che non si riescono a dire, a piangere se necessario, o a gridare la rabbia e il dolore. Il telefono del vento è il culmine, o comunque una tappa importante, di un percorso di maturazione interiore, ci si arriva preparati, quasi nessuno ci si imbatte per caso.

Possibile che talvolta sia più facile parlare con un morto che con un vivo?

Per molte persone è così. Mi diceva un collega, lo racconto anche nel libro, che lui sente vicino il padre scomparso da tempo come e forse più di quando era vivo. C’è poi quella che definirei la cristallizzazione della memoria, cioè una persona cara ti resta fissa nella mente e non va mai via. Tanto che se un giorno te la ritrovassi davanti, ti sembrerebbe normale. Personalmente a me non accade, mi piacerebbe fosse così ma non mi succede.

Si telefona per perdonare qualcuno o, forse ancora più spesso, per chiedergli di perdonarci?

Si telefona per i motivi più diversi. Per fissare un ricordo, per aprire finalmente il cuore al dolore in tutta la sua drammaticità, per recuperare, sembra un paradosso ma non lo è, il senso del vivere. E poi certo si sale alla cabina anche per purificare la memoria, diciamo così. Perché spesso ci struggiamo per una frase che non avremmo dovuto dire, per un litigio evitabile, per un comportamento sbagliato. La cabina del vento è un posto che aiuta a relativizzare le cose, comprese le colpe, e a recuperare il giusto rapporto con chi non c’è più. Direi che si perdona e si chiede perdono.

Dove passa il confine tra una memoria che ci aiuta a vivere e una memoria che invece ci impedisce di andare avanti?

Non esiste una regola generale. Credo comunque che a fare la differenza sia il rapporto che realizziamo con la memoria, se cioè ci tiene legati al passato o invece la usiamo come strumento di crescita, come aiuto a comportarci meglio. Nel libro lo psicologo Domenico Bellantoni inserisce il telefono del vento tra le forme di elaborazione del lutto che rientrano nel capitolo del “legame che continua”. Significa che non devo o non voglio tagliare completamente il rapporto con la persona defunta ma accettare di costruire con lei una relazione che prescinde dalla sua presenza fisica. Cioè io posso parlare con il morto, posso ispirarmi al suo esempio, posso ricordare quello che mi diceva ma continuando la mia vita. La distorsione di questo “legame” è quando un lutto ci blocca completamente, ci impedisce di andare avanti. Adesso con l’intelligenza artificiale posso costruirmi relazioni virtuali con chi non c’è più come se fosse ancora vivo, posso sentire la sua voce, dialogare con lui. Inutile dire che tutto questo è straniante, si corre il rischio di confondere virtuale e reale o addirittura di sostituire il reale con il virtuale. Cioè di smettere di vivere.

Perché la nostra società sembra chiedere a chi soffre di tornare alla normalità così rapidamente?

Tornerei al discorso che facevo prima, al mito dell’efficientismo. I sentimenti non devono appesantire il nostro passo, non devono farci perdere troppo tempo. Se le persone sono solo funzionali al tuo successo, che sia carriera o potere, dimenticarle non dovrebbe procurarti particolari problemi. Ma questo ragionamento non tiene conto di una regola non scritta ma profondamente umana: il nostro cuore vuole bene e si innamora, la nostra mente si riempie di immagini di volti che vorremmo non scomparissero mai. Le persone contano più delle cose, prima o poi lo sperimentano tutti. Per cui la società ci chiede di tornare alla normalità rapidamente ma tante volte non è proprio possibile.

Per un cristiano, che senso ha parlare a un telefono scollegato se esiste la preghiera?

Credo che le due dimensioni non siano alternative. D’altronde spesso le persone di preghiera sentono la necessità di appartarsi, di fare silenzio per lasciare parlare il cuore ed entrare più facilmente in dialogo con Dio. La cabina, con la natura in cui è immersa e se si vuole anche il richiamo al significato biblico del vento, può essere uno di quei luoghi dove raccogliersi in sé stessi, con il vantaggio di sentirti parte di una comunità che sperimenta la tua stessa condizione di dolore. A volte uno non cerca tanto risposte quanto la possibilità di parlare e di essere ascoltato. Il telefono del vento, diciamo così, è un luogo laico che però aiuta la preghiera.

Davide Imeneo