Gioia, gratitudine e un po’ di inadeguatezza: così don Davide Amadeo, nuovo direttore dell’Ufficio diocesano per i problemi sociali e il lavoro dell’arcidiocesi di Reggio Calabria-Bova, racconta l’inizio del suo servizio. Al centro, le periferie sociali ed esistenziali e una Chiesa che passi dalla denuncia alla costruzione.

Come hai accolto la nomina?

Con gioia! Ma anche con profondo senso di gratitudine e inadeguatezza allo stesso tempo, questo vale per ogni servizio che viene richiesto nella Chiesa, sperimento sempre entrambi questi movimenti interiori. Sono molto contento che accanto a me ci sia come vicedirettrice Mariella Quattrone, che ringrazio e a cui auguro un buon cammino.

Cosa si intende per «problemi sociali e lavoro»? Giovani, famiglie, migranti, periferie?

Dietro la dicitura «problemi sociali e lavoro» in realtà c’è la vita concreta delle persone. È molto importante l’ultima parola citata: le periferie, non soltanto quelle geografiche, ma anche quelle sociali ed esistenziali, tutti quei luoghi nei quali una persona rischia di sentirsi dimenticata, esclusa o senza voce. L’Ufficio non ha semplicemente il compito di occuparsi dei problemi, ma anzitutto di ascoltare il territorio, leggere ciò che sta accadendo e mettere in relazione le persone. La vera sfida è passare dalla semplice denuncia alla costruzione: ascoltare le ferite, far incontrare le risorse e generare speranza.

Quali forme di scarto sociale vedi più presenti nella nostra realtà?

Una delle forme che mi preoccupa maggiormente è lo scarto dei giovani: abbiamo tanti ragazzi preparati, competenti, pieni di idee e di desiderio di costruire il proprio futuro, che troppo spesso hanno la sensazione di non avere spazio, sono costretti a partire perché sentono di non avere una reale possibilità di scelta. Nella nostra terra esiste poi una forma di scarto particolarmente dolorosa: quella prodotta dalla rassegnazione, cioè la convinzione che nulla possa cambiare. Questa mentalità rischia di impoverire un territorio persino più della mancanza di risorse economiche, perché spegne il desiderio di partecipare e soprattutto sottrae speranza.

Vorrei sottolineare un’ultima cosa: la Calabria non è una terra da raccontare soltanto attraverso le sue fragilità, perché sarebbe anche questa una forma di scarto. La nostra è una terra che possiede energie, competenze, esperienze di volontariato e di cooperazione, comunità capaci di grande solidarietà.

Le parrocchie possono diventare luoghi di ascolto delle difficoltà lavorative e sociali?

Assolutamente sì, devono. La vocazione della parrocchia è proprio questa: dall’ascolto all’accompagnamento e dall’accompagnamento alla rete. Non basta raccogliere un problema, bisogna anche sapere orientare, conoscere i servizi presenti sul territorio, dialogare con le istituzioni, con il mondo del lavoro, con le associazioni. La presenza capillare delle parrocchie è una ricchezza enorme perché ci permette di avere un vero e proprio «osservatorio diffuso» sulla vita sociale del territorio.

Che cosa chiedi alla comunità diocesana?

Prima di tutto di camminare insieme. Questo Ufficio non può essere di una persona o di un piccolo gruppo di addetti ai lavori. La Dottrina sociale della Chiesa non può rimanere confinata nei documenti o negli incontri per specialisti, deve diventare uno sguardo con cui leggiamo la realtà e uno stile con cui abitiamo il territorio. Chiedo anche alla nostra Chiesa di avere il coraggio di fare rete: nessuno può affrontare da solo le grandi questioni sociali che attraversano il nostro territorio. Camminiamo con gioia e senza rassegnazione, ricordando ciò che è il cuore di tutto: Gesù Cristo e il suo Vangelo.

di Davide Imeneo