Alla ripresa delle lezioni, il dibattito pubblico tende a concentrarsi sulle carenze organizzative del sistema di istruzione, tralasciando il nucleo centrale della questione pedagogica. Giuseppe Savagnone, storico, filosofo e docente con quarant’anni di esperienza nei licei statali, analizza l’attuale assetto scolastico, evidenziando uno scollamento tra la trasmissione di mere competenze funzionali al mercato del lavoro e la vera missione formativa. Attraverso un confronto tra il modello educativo antecedente al Sessantotto e la scuola di massa contemporanea, lo studioso sottolinea come la vera emergenza non riguardi i giovani, bensì la mancanza di figure adulte capaci di proporre valori e modelli di riferimento solidi. In un contesto sociale in cui l’autorità dell’insegnante risulta svuotata e sostituita da nuovi miti legati al successo economico, il compito della scuola dovrebbe tornare a essere quello di orientare gli studenti verso la scoperta della propria vocazione, offrendo loro gli strumenti per trovare un senso e una direzione per il futuro.

La domanda decisiva sull’educazione

Lo abbiamo raggiunto alla vigilia del nuovo anno scolastico: Giuseppe Savagnone, storico e filosofo, per quarant’anni docente nei licei statali di Palermo, dove dirige tuttora il Centro diocesano per la pastorale della cultura ed è docente della Scuola di formazione politica «Pedro Arrupe». Con lui, editorialista di Avvenire da anni impegnato sul tema della scuola, abbiamo provato a capire perché, ad ogni apertura dei battenti, l’istituzione scolastica torni a interrogarsi su tutto tranne che sulla domanda decisiva: a che cosa serve, davvero, educare. «Anche all’inizio di questo anno scolastico le pagine dei giornali sono dedicate alle emergenze organizzative, lasciando in secondo piano la questione di fondo. Quando ero ragazzo si dava per scontato che la scuola dovesse educare, formando non solo la vita intellettuale degli studenti ma anche quella pratica, nel rispetto di regole precise di comportamento».

Dalla comunità etica all’istruzione di massa

Era, ricorda Savagnone, «una scuola ancora di élite», che preparava i figli della borghesia in una società dominata da certezze condivise, che le contrapposizioni ideologiche non intaccavano: emblematico, dice Savagnone, il conflitto senza quartiere tra don Camillo e Peppone, uniti però da alcuni valori comuni che alla fine consentivano loro di ritrovarsi. Dopo il Sessantotto e la crisi delle ideologie, di quella comunità etica non è rimasto nulla: «L’istituzione scolastica è diventata lo specchio di una società dove ognuno ha la sua verità, e al compito educativo è stato sostituito quello di fornire competenze che ciascuno possa spendere come vuole». La scuola di massa, se da un lato ha risposto a un’esigenza di giustizia sociale, dall’altro ha spostato l’attenzione sulla funzionalità degli studi al mercato del lavoro, privilegiando discipline utili sulle verità e i valori proposti dalla grande tradizione culturale. Il risultato è, per Savagnone, il nichilismo descritto da Umberto Galimberti ne L’ospite inquietante: la crisi spirituale, etica e politica dei giovani di ieri e di oggi.

Il vuoto di modelli nel mondo degli adulti

«Riflettere su come la scuola possa cambiare, per fronteggiare questo vuoto educativo ed esistenziale, è la prima urgenza che si pone a tutti, dentro e fuori l’istituzione scolastica, si sia di destra o di sinistra». Ma è davvero, come si continua a ripetere, un’emergenza dei giovani? No, ed è qui che Savagnone sposta il bersaglio della domanda: «La questione dell’emergenza educativa non riguarda i ragazzi, bensì gli adulti, gli educatori. In nessuna società sono i giovani a doversi porre il problema della propria educazione». In passato, spiega, genitori, insegnanti, sacerdoti e politici hanno comunque rappresentato modelli credibili e offerto prospettive convincenti, «bene o male, perché a volte si è trattato di modelli e prospettive molto discutibili. Ma c’erano». Oggi è il vuoto: «È come se gli adulti non avessero più nulla da trasmettere. Verità, valori, scelte vocazionali radicali sono diventati merce di contrabbando». E i meccanismi perversi legati, per esempio, all’abuso degli smartphone «rendono schiavi per primi noi, insieme ai figli che dovremmo aiutare a liberarsene».

L’autorità perduta e la crisi della figura del docente

La scuola del passato viveva ancora, nel bene e nel male, sotto il segno del principio di autorità: «Nel bene, perché l’autorità, da augere, “far nascere”, è generativa, ed è a questa idea che rimanda l’educazione, da e-ducere, condurre fuori, metafora socratica dell’opera dell’ostetrico. L’insegnante, in quanto maestro, sapeva di dover far nascere i suoi alunni». C’era anche un risvolto negativo, quando l’autorità scadeva in mero esercizio di potere, «purtroppo contestato dal Sessantotto, che ha gettato via insieme l’acqua e il bambino». Ma la figura dell’insegnante restava rispettata, «anche se gli stipendi erano già allora molto bassi». Oggi, osserva Savagnone, gli episodi di aggressione a scuola nascono anche da un mutamento culturale che misura il valore di una professione dal successo economico e mediatico: «Ai maestri sono subentrati gli influencer. Agli occhi di alunni e genitori i loro docenti sono solo dei poveracci: destino inevitabile, in una società dove ormai l’avere e l’apparire sono la misura dell’essere».

La scoperta della vocazione e il senso del futuro

Che cosa dovrebbe restituire la scuola ai ragazzi, in vista del loro futuro? La consapevolezza della vocazione, risponde Savagnone: «Non soltanto l’attitudine a svolgere una certa attività, ma anche la consapevolezza della sua importanza per se stessi e per la società». È da qui, spiega, che dovrebbe nascere la scelta di un percorso di vita e la determinazione ad affrontarne gli ostacoli. Alla scuola spetterebbe proporre, «anno dopo anno», «la prospettiva di un senso, quale che sia, in grado di orientare il cammino del ragazzo anche fuori dalla scuola», perché senso vuol dire insieme significato e direzione: «Il futuro non è una minaccia ma una bella, rischiosa opportunità. Ma solo se si ha una direzione in cui andare e si crede nel suo significato». Non solo le competenze, conclude Savagnone, ma questo dovrebbe far maturare, ogni anno, la scuola nei giovani che la frequentano: un monito che arriva proprio mentre le scuole italiane si preparano a riaprire i cancelli per un nuovo anno.

Davide Imeneo